martedì 15 luglio 2014

In bilico

"... tra santi e falsi dei" cantava Giuliano Sangiorgi dei Negroamaro.
L'Istat non canta ma sciorina una serie di dati che ci fa impallidire e che ci sbatte in faccia la cruda realta': aumentano le famiglie italiane in poverta'. L'Italia sfodera una poverta' da paese del terzo mondo,oprattutto al sud, soprattutto per i giovani. Figuriamoci per i giovani del sud.
La speranza di migliorare la condizione economica e sociale dei figli non c'e' piu'.
La classe media si sta assottigliando, infoltendo la categoria dei cosiddetti poveri.
Le riforme necessarie non arrivano e il lavoro si riduce.
Meglio finirla qui senno' mi intristisco.



1 commento:

Lorenzo ha detto...

Le "riforme" sono un mito. Il contesto generale è uguale per tutti, se l'Italia funziona peggio di altri Paesi è a causa delle sue peculiarità, che però non vogliamo affrontare.

Le problematiche sono essenzialmente due.

La prima è la famosa "questione meridionale", che più correttamente si dovrebbe tradurre nella "questione dei meridionali". Nel senso che bisogna cambiare il modo di pensare perverso per cui la stessa persona ritiene che sia "normale" che il vigile urbano sia per strada in una città del centro nord e al bar a leggere il giornale in una città del sud. E cioè che la stessa attività, cioè fare il vigile urbano, in certe parti d'Italia sia semplicemente un lavoro, in altre parte di Italia sia come vincere una lotteria che ti paga in vitalizio.

La seconda è la forza e la pervasività del Partito Comunista Italiano, il quale (a partire dalla Costituzione, non a caso assurta a "sacra scrittura") ha col tempo configurato l'Italia come un Paese del Socialismo Reale. Il concetto di "diritto" è stato tradotto non in "ciò che è giusto" ma in "tutela garantita dallo Stato". La differenza è profonda, infatti la tutela può essere ingiusta. Per esempio è ingiusto che lo Stato garantisca ARBITRARIAMENTE un vitalizio a certe persone accollandone il costo ad altre persone, come succede nel caso del sistema pensionistico e della "guerra generazionale" implicita nella spesa e nell'indebitamento pubblico. Niente ha danneggiato di più l'operaio dello "operaismo".

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